La fila per il pane dei trentadue ultimi

Una giornata alla mensa Caritas di Siracusa dove ogni giorno qualcuno non trova il posto

Una rom  lava il viso alla fontana. Accanto c’e il Pantheon, di fronte i giardini dove un tempo crepavano i barboni, tedeschi,  austriaci,  in coma etilico, nascosti dai cartoni,  sepolti dai loro escrementi. Oggi i giardini non sono quell’hyde park viatico di guardoni  e certe donnine, oggi sono solo decoro e la mensa dei poveri e ancora le grate in ferro battuto, la ressa ­ a metà strada tra i giardini e la chiesa. Un paio di posteggiatori ubriachi siedono sul muretto insieme con gli anziani e qualche giovanotto, un italiano, due eritrei, due arabi. II posteggiatore abusivo è un indigeno, faceva il pescatore, ma  credo che ricordi appena il suo nome. II compare beve birra e fissa attonito la punta delle sue scarpe. In mensa devono entrare 32 persone, ci sono i biglietti, c’è la fila, si entra  a mezzogiorno,  trentadue  persone stop, chi resta fuori niente da fare, peggio per lui; è meglio presentarsi almeno due ore prima, sennò  succede  come  di  solito, uomini e donne  si raggrumano tutti insieme,  uno   sull’ altro, spingono verso il cancello, mentre  c’è  chi impreca, chi maledice qualcosa, e  perdono le fattezze di uomini, ma non c’è modo di esserlo, di ravvivarsi i capelli per Ie donne, di mantenere  una degna alterità, tirar su il collo della camicia per gli uomini, ognuno in quella calca di mani concitate  e facce stravolte dimentica i pudori e le inibizioni e le superbie che appartengono  a un mausoleo cimelio oramai, una classe scomparsa, liquefatta dal nuovo tempo: la media borghesia, che non esiste più. Quel che rimane è in fila, in Caritas, tra il Pantheon  e i giardini decorosi. Così mi avvicina un anziano, uno del posto, che aspetta anche lui, e mi intima in dialetto quasi arcaico che a suo avviso “i stranieri” se ne devono andare, che hanno scocciato dice, “casunu tinti e fanu i patruni  (sono cattivi e si sentono padroni)”.  A guardare i due eritrei, intimiditi  dagli altri, esotici e discreti, non sembrerebbe. Cosa  le  hanno   tolto,  domando. L’anziano   aggrotta   la  fronte, non  mi risponde.  Accanto  agli eritrei aspettano  donne  di borgata, una di queste fuma orribili sigarette sottili, è infastidita  dal resto. C’è un sacerdote francese, mi spiegano che ha perso la ragione, allora dorme  per strada, non sa dove andare, non sa prendersi cura di sè, recita sommessamente  le sue preghiere,  non riesce ad entrare  alla fine, è uno di quelli che resta fuori, il trentatreesimo,  che  non  ha  spinto abbastanza,  pigiato, urlato,  che non è riuscito a sgusciare a fregare  a esser  furbo o dimesso. Qualcuno  dovrebbe ricondurlo da dove è venuto.  Ma da dove viene? Un omone  sui cinquanta  mi dà una mano  con le foto, è gentile, gli uomini  in fila non  si accorgono del flash, della piccola digitale. Vedi, dice l’omone  che è di Barcellona  Pozzo di Gotto e che faceva il fabbro  saldatore  e che  dopo  trent’anni lo hanno mandato  a casa e ora vive dalla suore e mangia in Caritas, vedi dice, cosa siamo capaci di fare per un piatto di pasta? E mi indica la fila e di nuovo ritrovo le facce deformate  e primitive  che hanno  dimenticato  sciocchezze fuori luogo tipo I’orgoglio, la vanità.  Ed è un fatto: vita mia, morte  tua. Mentre  un tunisino (a occhio e croce dovrebbe  essere un tunisino)  si avvicina alla calca, una donna italiana e l’anziano  moralizzatore    che  non vuole   gli   stranieri    “patruni” borbottano   tra i denti.  Il tunisino è ubriaco,  mi  informano che lavora  al mercato  di tanto in tanto.  Il tunisino  blatera  qualcosa, capisco che ce I’ha con me: “giurnalisti e avucati sono genti furba” dice seriamente.  Dipende, la butto Iì. L’omone  di Barcellona Pozzo di Gotto lo invita ad andare altrove, non fa niente dico, e in quel momento sento una certa agitazione tutto intorno, dalla fila qualcuno  strepita, forse stanno litigando. Aprono i cancelli, il sole picchia  duro, è proprio  una bella giornata, ma se vedo la fila penso che poi non lo sia veramente  una bella giornata. Aprono  i cancelli e d’improvviso seguo la strana cometa umana  sparire  oltre le grate, le facce stravolte, le mani, le concitazioni,   inghiottiti,    oltre   le grate, I’anziano, i posteggiatori, il giovane italiano,  spariti, tutti dentro. Trentadue  dentro. Fuori rimane  il sacerdote che prega ancora,  ha smarrito  la ragione, qualcuno deve riportarlo  a casa. Non sanno nemmeno  il suo nome e nemmeno lui lo sa. Il trentatreesimo.

di Veronica Tomassini da Il Fatto Quotidiano, 28 marzo 2013