Speak: le parole non dette

Un film di Jessica Sharzer con Kristen Stewart, Michael Angarano, Robert John Burke, Hallee Hirsh, Eric Lively.

Con sei quaderni, una gonna che odia e il mal di pancia, Melinda Sordino si avvia ad affrontare il primo giorno di lezioni. L’estate passata, durante una festa, è stata violentata da uno dei ragazzi più popolari della scuola, motivo per cui, sconvolta, ha chiamato la polizia, giunta subito dopo a interrompere i festeggiamenti. Nessuno conosce la verità, genitori inclusi, e i compagni vedono nella telefonata alle forze dell’ordine, la voglia di guastare il divertimento degli altri e additano Melinda come una scocciatrice. Lei decide di non parlare con nessuno, tiene chiuso in un mutismo ansiogeno il suo spaventoso segreto. Solo le attenzioni di un insegnante d’arte riusciranno a far emergere la triste verità.
Il film della giovane regista Jessica Sharzer racconta una piccola storia dai risvolti importanti. Realizzato con mezzi scarsi e uno stile asciutto e incisivo, ci mostra un mondo molto conosciuto (la scuola), frequentato da personaggi ‘qualunque’ (una ragazza solitaria e i suoi compagni di classe), occupati dalle incombenze quotidiane (vestiti, trucco, studio e sport). Ma l’apparente normalità di questo angolo americano nasconde invece una realtà angosciante, il segreto di una violenza ‘indicibile’. La giovanissima Kristen Stewart, attraverso il suo corpo magrissimo non ancora sviluppato e un’espressività sorprendente del volto, manifesta uno stato di disagio interiore costretto a farsi sempre più piccolo e ridotto. La sua fisicità femminile, trascurata e quasi negata, è il sintomo di una sofferenza determinata dalla ferita inflitta dalla violenza sessuale, chiusa nella memoria e bloccata, nel suo percorso di riabilitazione, in un’afasia linguistica, dove grate (non solo metaforiche) imprigionano saldamente le parole.
L’abuso subito e mai raccontato di Melinda fomenta un fuoco di emozioni che tace con ostinazione, alimentandosi dell’invadenza dei ricordi. I fotogrammi che riconducono alla sera dello stupro sono un passo verso la risoluzione ma rappresentano anche un incoraggiamento all’odio per chi ha portato tutto quel dolore inaccettabile. Il silenzio della protagonista non è altro che una richiesta d’aiuto soffocata dalla pesantezza di parole impronunciabili, “non dette” appunto, ma vive e desiderose di essere svelate. Il film, con una sensibilità ammirevole, sembra dirci che lo spazio per l’espressione della violenza esiste e va cercato, ma è spesso defilato (la stanza abbandonata della scuola dove trova rifugio Melinda) o disordinato (l’atelier del professore). La via per la salvezza è lì, pronta per essere percorsa ma l’accesso a un ordine rinnovato è lontano da raggiungere.
Imparare a disegnare un albero, compito impostole dall’insegnante d’arte, è il passaggio obbligato per cominciare a camminare verso quella meta aspirata. I primi tratti insicuri sul foglio sono come le ‘parole non dette’. La confusione iniziale richiede un abilità che sappia mettere a fuoco forme e colori, così come la violenza non raccontata ha bisogno di tempo e preparazione per trovare un lessico adatto per esprimersi. Il quadro/racconto finale non può essere altro che una rivelazione colma di speranza.

estratto da http://www.mymovies.it

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