Non siamo numeri: aspettando il 16 aprile

Sono ormai 4 anni che l’Istituto “Ruffilli” commemora la morte del senatore forlivese ucciso dalle BR con un flash-mob, un segnale alla cittadinanza che gli studenti hanno voce in capitolo, vogliono portare la loro testimonianza in difesa dei diritti, della pace, della non violenza, della bellezza, delle buone pratiche.

Il tema che questo aprile – in collaborazione con l’Assessorato alle politiche giovanili e alla Fondazione “Ruffilli” – gli studenti andranno ad affrontare riguarda l’identità e l’identificazione: Non siamo numeri.

Siamo sempre più spesso identificati con valori alfanumerici, il mondo globale ci intrappola nella sua rete e ci dà l’illusione di essere liberi, quando invece siamo condizionati, sempre più omologati, imprigionati in una maschera.

Fra le accezioni figurate della parola numero troviamo «persona priva di qualità o di doti che conferiscono importanza, notorietà, spicco, eccezionalità; persona confusa nella massa, nell’anonimato, oscura». L’espressione “essere un numero” rinvia a una massa anonima, priva di identità e di diritti.
Siamo numeri (anche se temporaneamente) nelle file del supermercato, in quelle negli uffici postali; un numero attesta l’ordine di arrivo e di accesso alle prestazioni; la sostituzione è ammessa per tutelare la privacy, ad esempio nelle prestazioni sanitarie, e i dati sensibili di un individuo.

Il numero rientrava nei meccanismi de-personalizzanti del lager nazista: il numero tatuato sul braccio sinistro degli internati, ridotti a “Stück”, pezzi. Primo Levi scriveva in Se questo è un uomo: «Häftling: ho imparato che io sono un Häftling. Il mio nome è 174 517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro».

L’evoluzione del numero di serie o di matricola è rappresentato oggi dal codice a barre, dove le cifre non hanno più un significato numerico, ma sono uno strumento di rappresentazione generale, il contrassegno astratto di un “pezzo”.

Sono bare numerate quelle che il Mediterraneo sputa a riva ormai ogni giorno, non persone – uomini, donne e bambini – che cercavano una speranza e un futuro migliore, ma sono state condannate a morte e all’oblio.

Noi rivendichiamo l’unicità e l’originalità dell’essere umano e la sua bellezza, nessuno può essere considerato un numero.

Ecco cosa scrive Stanislav di 5E

Quando la bellezza si fonde con la mente, la realtà diventa straordinaria. Ma quando la bellezza pervade il corpo di un giovane, essa diviene magia.
E quasi per incanto mura, ostacoli, barriere si trasformano, diventando castelli di carta e case di paglia, spazzate via da mille sogni e infiniti desideri.
Questo è un uragano, è la forza della natura che crede nella bellezza, capace di vedere il vuoto nascosto dietro ad un sorriso di una generazione cresciuta inseguendo un sogno, che lentamente viene distrutto da una società che sradica tradizioni, che al posto dei sogni vende incubi, e al posto di individui crea numeri.
Cifre alfanumeriche che vedono e sentono ciò che viene imposto e non scelto, predisposti in ordine come fossero note di una melodia infernale scritta e diretta da perfidi mangia-fuochi.
E allora si chiudono bocche, si nascondono volti e tappano orecchie ad un mondo che nasconde la bellezza e mostra crudeltà, che viene quotidianamente fornita in dosi di veleno non mortali, alle quali ci siamo inesorabilmente abituati.
In questa tetra sinfonia di luci ed ombre la realtà si scinde o nella totale rassegnazione e cupo grigiore, oppure nella profonda voglia di credere che il destino dell’umanità non sia interrotto dall’ultimo attentato o negli amari abissi del Mediterraneo.
Ma negli attimi prima della fine, quando ormai le ultime energie si sono esaurite e la spia rossa dell’esistenza si è accesa, c’è qualcuno che ricorda e urla all’umanità il valore del presente e con il motto “io c’ero” resiste e combatte alle avversità del nostro tempo.
Ci sono ragazzi che hanno deciso di aprire quegli occhi, di urlare ed ascoltare le grida lontane provenienti da altri confini e da altre realtà.
Anzi, ci sono ragazzi che sono partiti per documentare e riportare le sofferenze e speranze di angeli caduti, ai quali hanno tagliato o sparato alle ali.
Giovani che hanno deciso di mettere nero su bianco le proprie emozioni e dipingere su un pannello bianco il futuro, il domani, la bellezza delle proprie ombre.