La mafia uccide solo d’estate

«Mafia». La prima parola del piccolo Arturo, giovane palermitano che dovrà destreggiarsi tra l’amore per la bella e irraggiungibile Flora e i fatti di mafia che sono esplosi nella stagione delle stragi tra gli  anni Settanta e  Novanta.
La voce esterna del film è quella del protagonista ormai adulto, la cui vita, già dal suo concepimento, è segnata dall’operato invisibile ma onnipresente di Cosa Nostra – Arturo è stato concepito il giorno in cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella e altri due uomini della famiglia Badalamenti, uccisero Michele Cavataio, travestiti da militari della Guardia di Finanza.

Ciò che rende diverso La mafia uccide solo d’estate da altri film incentrati sulle stragi mafiose è la visione straniata di Arturo, che ci permette di percepire la mafia così come è stata vissuta e vista per molti anni dalla gente. Il pubblico cresce e matura assieme al protagonista, che fin dall’infanzia ha coltivato il mito di Andreotti, ma progressivamente acquisterà un atteggiamento critico e uno spirito di ribellione nei confronti della “mafiosità”. Ad un certo punto il poster di Andreotti cadrà dal muro, come travolto da una scossa tellurica, metafora di una raggiunta autoconsapevolezza.

Arturo, nel corso del film, corona il suo sogno d’amore sposando Flora, ma il vero lieto fine del film è la speranza di un futuro migliore che il protagonista vuole garantire al figlio, ancora piccolo, mostrandogli le targhe di marmo fissate sui muri di Palermo, su cui legge i tanti nomi dei caduti per la Mafia.
La frase che dà il titolo al film viene pronunciaya dal padre di Arturo con lo scopo di tranquillizzare il figlio ansioso: «Non ti preoccupare, siamo in inverno, la mafia uccide solo d’estate!»
E’ un film pulito, non banale, che veicola contenuti tragici e amari con ironia e umorismo. Non fa ridere come una commedia, né piangere come una tragedia, ma unisce le due dimensioni, donando al pubblico una risata amara.

La scena più esilarante è quella in cui il piccolo Arturo sta festeggiando il Carnevale insieme ai compagni delle elementari (travestiti con i classici costumi da principe, principesse, indiani): tutti credono che il suo costume rappresenti il gobbo di Notre Dame. In realtà è il sosia di Andreotti, con tanto di orecchie sporgenti, gobba pronunciata e la inconfondibile camminata.

 

Avete presente quando rivedete una vecchia foto degli anni Ottanta, magari di una ragazza per la quale avevate perso la testa? Per quanto bella possa essere la ragazza, i vostri occhi, o almeno i miei, saranno attratti da un elemento particolare: le spalline! Le ragazze indossavano le orrende spalline, perché andavano di moda. E voi vi chiedete: ma come mai le spalline entravano nella mia vita e io non dicevo nulla?

Ecco, una domanda simile me la sono posta con Palermo, la città dove sono nato e cresciuto. Infatti, un giorno mi sono fermato e ho guardato indietro. E lì la domanda: ma com’è possibile che a Palermo la Mafia entrasse così prepotentemente nella vita delle persone e in pochi dicevano qualcosa?

Il tempo ti rende più lucido, più distaccato e allora capisci gli assurdi compromessi che si fanno con la vita, in maniera più o meno cosciente, per andare avanti. E fai finta che alla fine tutto vada bene. Accettazione delle spalline compresa. Perché è faticoso uscire dal coro. Perché, per quanto amaro possa essere, sul momento si vive meglio abbassando la testa e poi si vedrà.

Allora essere un bambino a volte conviene. Perché imiti i tuoi modelli, cioè gli adulti. E se per loro non ci sono problemi, non ci sono neanche per te. I problemi arrivano quando, un giorno, il bambino capisce che la mafia non uccide solo d’estate.   Pif

 

Regia

Pierfrancesco Diliberto, Pif

Durata

90 minuti

Interpreti e personaggi

Pif: Arturo

Cristiana Capotondi: Flora

Claudio Gioè: Francesco

Ninni Bruschetta: Fra Giacinto

Alex Bisconti: Arturo bambino

Ginevra Antona: Flora bambina

Maurizio Marchetti: Jean Pierre

Rosario Lisma: Padre di Arturo

Barbara Tabita: Madre di Arturo

Antonio Alveario: Totò Riina