“Il clandestino” di Carmelo Pecora

Carmelo Pecora, siciliano, ispettore della Scientifica di Forlì in pensione, fa lo scrittore per passione. Ha pubblicato il romanzo Tre ragazzi in cerca di avventure (2006). Un suo racconto è apparso nell’antologia La legge dei figli (con una prefazione di Giancarlo De Cataldo, Meridiano Zero, 2007). Collabora con lo scrittore e sceneggiatore bolognese Andrea Cotti, che ha fatto dell’ispettore Pecora il protagonista di due suoi romanzi, Un gioco da ragazze (Mondarori Colorado Noir, 2005 – Oscar Mondadori 2008) e L’ora blu (Aliberti, 2006).

Nel 2009 ha pubblicato per ZONA il romanzo Polvere negli occhi, che racconta la Bologna della strage alla stazione del 2 agosto 1980. Sempre in prima linea nelle campagne sulla pace e i diritti umani, ci regala questo scritto, per ricordare la tragedia di Lampedusa, nella quale sono morti lo scorso 3 ottobre 366 profughi in fuga dalla guerra e dalla miseria.

 CLANDESTINO!

Questo è il nome con il quale mi battezzeranno tra qualche ora.  

Strano, questa parola non riesco a tradurla nella mia lingua, ma forse è colpa mia, la scuola non so nemmeno cosa sia, non è che ne esistano molte dalle mie parti, però so leggere e scrivere, grazie a mio padre.

Quando giungerò a destinazione, del resto, a nessuno interesserà la mia nazionalità, la chiederanno, sicuramente, ma sarà solo la discriminante negativa per tentare di rimandarmi indietro.

Non vorranno sapere altro.

Oltre a un nome che servirà loro per le statistiche.

Non mi faranno molte domande, non mi chiederanno il perché di questa scelta che per me è stata molto dolorosa.

A loro poco importa.

Per tanti, se non per tutti, sarò il CLANDESTINO che, come sempre, è arrivato violando le coste italiane.

Mi hanno detto che lo sbarco avverrà in pieno giorno, situazione un po’ strana, di solito si sceglie il chiarore della luna per potersi meglio mimetizzare.

Nel posto dove sto per arrivare il colore della pelle è importante, anzi fondamentale.

Più scuro sei, più fai impressione e più appari cattivo, più ti possono discriminare e soprattutto distinguere tra la folla.

Sono più fortunati i miei colleghi CLANDESTINI dell’est Europa, loro si possono mimetizzare con più facilità.

Ho conosciuto tante persone in questi giorni che mi hanno riempito di consigli e indicazioni, mi hanno anche spiegato come comportarmi non appena arrivo, lo hanno sentito dire ai loro parenti che prima di noi hanno effettuato l’attraversata.

È sicuro che, appena  intercetteranno questa piccola barca, arriverà un motoscafo pieno di poliziotti che si prenderà cura di noi, facendoci salire a bordo della loro imbarcazione, che va veloce come il vento.

Mi hanno detto di sperare che a bordo della nave che ci viene a prelevare ci sia una telecamera, una di quelle sempre accesa sul mondo. I telegiornali italiani non aspettano altro, ma sembra che ne parlino di noi CLANDESTINI per convenienza.

Se sono presenti, lo sbarco è meno traumatico, si mostrano tutti molto accoglienti, ti danno subito da bere e da mangiare, inoltre ti coprono con dei teli dorati che si possono osservare da lontano tanto sono belli da vedere.

Anche perché i CLANDESTINI che sbarcano, all’inizio, sono belli da vedere, danno un senso di pietà e nello stesso tempo di insicurezza che fa piacere ai governanti più severi.

Io tra un po’ sarò uno di loro.

Che bello!

Ho lasciato i miei familiari oramai da troppi mesi, ho attraversato a piedi gran parte dell’Africa, i soldi necessari per il viaggio me li ha regalati mio padre, li ha racimolati alla bell’e meglio, però ci è riuscito.

La prima volta che ricevo un regalo!

Tra un po’ arrivo.

Un sogno poter vivere in una terra libera.

Le onde sono particolarmente alte oggi.

Nessuno mi ha detto che potevo trovare una situazione simile, dovrò farci l’abitudine, non potrà essere così per tutto il viaggio.

Le brave persone che hanno preso i miei soldi e mi hanno assegnato questo posto, dal quale non posso muovermi, non hanno parlato molto.

Ho le gambe che mi fanno male, ma tra un po’ tutto passerà.

Se chiederanno il mio nome?

Dirò quello che ho sempre saputo.

Nella mia Terra sono Abdul figlio di Akram, ma non so se qualcuno lo abbia mai scritto da qualche parte, il mio paese è diviso da guerre tra tribù rivali; figurarsi se qualcuno ha il tempo di registrarmi e di potere confermare  che sono nato in quel luogo.

Non credo che farà tanta differenza se è vero che tra un po’, toccando terra, sarò CLANDESTINO. Splendido!

 

Non mi sento molto bene.

Il mare sembra che oggi voglia fare i capricci, sento scricchiolii da tutte le parti, non sarà niente di preoccupante. Chissà quanti viaggi ha fatto questa carretta e quanti ne farà ancora, per portare altri disperati come me, dall’altra parte del mondo.

CLANDESTINO: avrebbero potuto trovare un altro termine per definirci.

MIGRANTE sarebbe stato il termine giusto.

Quello che più si addice alla nostra condizione.

Però hanno anche ragione, bisogna dire il vero, MIGRANTE non fa paura, MIGRANTE dà il senso di una persona buona che scappa dalle ingiustizie della sua terra e dalla fame sempre più diffusa, dalle malattie, dall’AIDS, che per tutti sembra già sconfitta. Infatti nessuno ne parla più, come se la cosa non interessasse, forse i ricchi cominciano ad avere le medicine giuste.

In fondo noi non siamo che disperati, altrimenti non si spiegherebbe il “piacere” che proviamo ad avventurarci in viaggi pazzeschi e pericolosi, rischiando giorno dopo giorno in prima persona. Siamo in tanti a scappare dalle nostre capanne, questo è vero, ma sono vere anche le sofferenze che si patiscono giorno dopo giorno.

Io ho solo 16 anni, in fondo non sto soffrendo da molto tempo, l’unica fatica che facevo era andare a prendere l’acqua dal pozzo. 10 chilometri ad andare e 10 a tornare non sono poi tanti.

Sono ancora giovane ho tempo per soffrire!

Sto iniziando adesso a girare il mondo, ma qualcuno crede che, se non fossi stato davvero disperato, avrei mai lasciato la mia terra?

Quasi tutti credono che abbandoniamo i nostri villaggi per divertimento, che andiamo nelle terre altrui per occuparle e portare via il benessere che in quei posti regna sovrano.

Il sole è alto nel cielo, tra un po’ dovremmo vedere arrivare i bei motoscafi della Polizia italiana, il mio viaggio sta per terminare.

Il vento aumenta.

Gli scricchiolii si fanno più insistenti.

Non è niente, ne sono sicuro.

 

Come al solito non indovino mai.

Sono in acqua.

La barca si è spaccata in due.

Quegli strani rumori si sono materializzati in un unico boato, il risultato è che io e gli altri miei compagni di viaggio siamo finiti nelle acque gelide di questo mare “cattivo”.

Le onde continuano ad essere altissime, forse più di prima, tutti in acqua si agitano, cercano un appiglio, un frammento di quella carcassa che permetta loro di mettersi in salvo.

Anch’io ci provo, ma non trovo niente e nessuno che mi possa aiutare:

Non so nemmeno nuotare e agitarmi non mi aiuta.

È molto salata quest’acqua che arriva alla gola e pizzica pure forte.

Bevo, ingoio, mi agito, vorrei urlare, ma non riesco a fare nemmeno questo.

Comincio a perdere le forze, il sole si fa sempre più pallido.

Non so più che fare, a cosa pensare, un ultimo ricordo mi porta alla mente mia mamma, vecchia senza mai invecchiare. Papà non lo vedo già da 2 anni, dicono che è stato sgozzato dai suoi nemici che sono diventati anche i miei nemici.

Non ho più tempo per pensare, comincio a sentirmi sereno.

Non sento più nemmeno il sole che mi sta di fronte, ho tanto freddo.

Non provo nemmeno ad aprire gli occhi per vederlo un’ultima volta, anche se una luce fioca mi sembra di scorgerla.

Ancora per poco.

I miei occhi si appesantiscono sempre di più.

Li sento serrati.

Ho paura!

Adesso ho paura.

Anche il mio cuore ha rallentato i suoi battiti, non sento nemmeno più il sapore salato dell’acqua.

Non ce l’ho fatta ad essere un CLANDESTINO. mi mancava veramente poco.

Chissà cosa diranno di me tutti coloro che apprenderanno la notizia.

Le persone sono esseri strani.

I più ipocriti faranno finta di essere dispiaciuti, salvo poi festeggiare il risparmio della spesa che hanno avuto. Qualcuno farà finta di asciugarsi una lacrima, forse ci sarà pure chi l’asciugherà veramente.

Perché in fondo noi costiamo e in questo momento non si possono sostenere spese folli per tutti quelli che si mettono in viaggio.

Perciò è meglio che sia finita così.

Da oggi ufficialmente sono un “povero disperato” che ha perso la vita in un incidente causato dal destino.

Peccato, avrei fatto volentieri il CLANDESTINO!