Una penna per la legalità

Giuliana Covella è nata a Napoli nel 1972, dove si è laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi Federico II. Giornalista professionista, attualmente scrive per “Il Mattino”.

Otto centimetri di morte  – La fine del sogno di Luigi Sica  è la sua prima opera letteraria, pubblicata nel marzo 2010.

Luigi era nato nel cuore del rione Sanità. Era appassionato di calcio. Lo chiamavano il “Piccolo Maradona”. Era fidanzato con Lina, la ragazza che gli aveva rapito il cuore: “la sua vita”. Come tanti coetanei, amava le canzoni di Gianluca Capozzi, ne aveva una sul cellulare.
La utilizzava come suoneria: era quella la sveglia che lo tirava giù dal letto ogni mattina. Di sera amava trascorrere il tempo in compagnia degli amici. Tra i ragazzi che incontrava, in via Santa Teresa degli Scalzi, non mancavano quelli che si erano lasciati ammaliare dai soldi facili e dalla bella vita in cambio di un passaggio nelle fila della camorra. Luigi, però, di quella storia non aveva mai voluto sapere niente. Glielo ripeteva anche il fratello: “Certe conoscenze è meglio non frequentarle”. Lui faceva spallucce.  Luigi era più forte delle sirene dei clan. Gli altri facessero pure. Lui a rubare proprio non ci andava e mai ci sarebbe andato. Molto meglio faticarsi la jurnata in una fabbrica di borse e guadagnarsi la vita onestamente. Come quei 100 euro che era riuscito a mettere da parte, con grande sacrificio, per comprarsi le tanto sospirate Nike. Scarpe che il destino non gli avrebbe mai fatto calzare per colpa di quella maledetta lite scoppiata quella sera del 16 gennaio 2007.

Luigi Sica muore e rinasce nel libro della Covella. E’ lui a narrare la sua drammatica storia, partendo da quando era bambino e a soli 2 anni si tirò addosso una pentola piena d’acqua bollente e sua nonna, l’altro grande amore della sua vita, insieme a mamma Anna, fece voto alla Madonna dell’Arco per salvarlo. E’ lui a raccontare. Fino al tragico litigio con una coppia di ragazzi venuta da un altro rione. Lo schiaffetto innocente, quelle che sembravano “solo” mazzate. Poi la pugnalata letale: una lama d’acciaio lunga 8 centimetri che ferma il tempo di una vita.

Giuliana Covella, come ha spiegato nell’incontro con gli studenti del 21 Febbraio alla Confesercenti di Napoli, ha voluto lanciare una provocazione intervistando un boss della camorra per chiedergli cosa pensasse di questo tragico avvenimento:  “Quando ho iniziato a leggere il testo – scrive nella prefazione l’ex boss del rione Sanità, Peppe Misso – ho subito provato una sorta di inquietudine. Mi è apparsa l’immagine di Luigi che mi puntava il dito contro. L’emozione mi ha scosso: mi sono sentito responsabile della sua uccisione, seppure in minima parte”.

Misso spiega la miseria di Napoli, lì dove la disperazione nutre il germe della malavita, ma anche come è difficile cambiare quella mentalità. “Dare voce a Luigi Sica dall’aldilà è un modo per far sì che la storia di Luigi sia da monito per i giovani come lui, quelli dei quartieri popolari, che nascono e crescono in mezzo a mille pericoli e difficoltà…insegnare loro l’esempio di Luigi che, a sedici anni, aveva conservato due pezzi da cinquanta euro, guadagnati lavorando in una fabbrica di borse, per comprarsi un paio di Nike”.

Assuefarsi all’illegalità, restare inermi davanti alle aggressioni, farsi i fatti propri, è il vile gesto dell’uomo comune che guarda solo nel proprio recinto e volta le spalle alla realtà. “Voglio credere che la speranza di una vita diversa esista”, afferma Covella, “non bisogna guardare solamente il degrado o i lati negativi di Napoli, esistono esempi positivi e persone che si ribellano alla camorra e vogliono evitare che queste tragedie possano ripetersi.”

Nell’ incontro con gli studenti Giuliana Covella ha raccontato il suo difficile lavoro di giornalista di cronaca nera, tanto più difficile se a esercitarlo è una donna e ha dichiarato: “Mantenere la schiena dritta, costi quel che costi: non è un atto di coraggio, ma un atto d’amore verso la propria dignità e verso la comunità di cui si è parte.” Una scelta di libertà e responsabilità che accomuna donne e uomini che non si sono piegati, che non hanno rinunciato al proprio ideale di giustizia, ciascuno nel proprio ambito quotidiano. Magistrati, giornalisti, sindaci, commercianti, sacerdoti, insegnanti, testimoni di giustizia, madri, padri, figli, storie di chi combatte ogni giorno contro le armi affilate e sporche delle mafie, storie di chi in quella lotta è anche morto, ma non è stato sconfitto, grazie alla memoria, alla testimonianza.

di Paolo Menghetti e Eleonora Fabbri

a.s. 2011/2012